martedì 29 settembre 2009

Quel muro sul Lago di Como

Tanto casino per nulla...

Bastava lo facevan su di vetro ...bello spesso, magari azzurrato, così non si capiva il colore dell'acqua. E vuoi mettere la felicità dei lavavetri, ... avrebbero aperto una cooperativa di lavoro al servizio del Comune. Con un po' di pazienza e di fortuna, tra qualche anno, ci mettevamo le lontre oppure i castori a nuotare dietro il muro e poi si organizzavano gite a pagamento per le scuole e gli amanti della fauna lacustre. Diamine, un po' di fantasia per sta grigia gente che si lamenta ad ogni pelo fuori posto.

Ma poi, ..adesso ce la prendiamo tanto con il Brunello di Montelimpino che ha tirato su la muraglia comasca, e nessuno s'incazza con i Padri Fondatori di questo borgo di confine per aver sottovalutato le bizze del lago. Mi pare spropositato il piglio della vicenda, potevano mica pestar lì un bel riempimento spesso 2, 3 metri prima di cominciare a tirare livelli e picchiar giù paletti? Che..., gli mancavano i marocchini per spalare col badile? Boh, ...si vede che a loro non dava fastidio bagnarsi i piedi ogni tanto.

Sarà mica che siamo diventati troppo schifiltosi? La verità è che ci vorrebbe uno con i "cosiddetti" per mettere in riga queste schiene molli d'acqua dolce. Finire addirittura sul nazionale a far imbronciare tutta l'Italia perbene. Forza Brunello, tira fuori gli attributi e urlaglielo nelle orecchie ai tuoi concittadini lamentosi: "NO MURO, NO PARTY".

Ah! ...e mi raccomando, ricordati di fargli montare le valvole di non ritorno sugli scarichi, altrimenti poi, invece dei fuochi d'artificio alla Ticosa, agli ingrati comaschi gli toccherà subirsi i giochi d'acqua a lago, ...e sai come sono spuzzini!

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domenica 27 settembre 2009

Junk food, …veleno per la mente.

Ludwig Feuerbach, filosofo bavarese dell’800, coniò la famosa frase – “Noi siamo ciò che mangiamo” – e mai come oggi questa sua sibillina affermazione risulta a mio parere appropriata per descrivere una parte degli “affanni” della nostra società. Una tesi di questo genere necessita di solide basi su cui poggiare e quindi mi sarà perdonata un’apparente divagazione che funge da premessa. Se è vero che il 95% degli animali usati in laboratorio per testare ogni genere di farmaci e alimenti destinati all’assunzione e al consumo umano sono roditori, e di questi l’83% sono topi, significa probabilmente che quel 99% di DNA in comune tra uomo e topo è considerata, dall’intero universo medico scientifico e accademico, una misura significativa per garantire effetti simili nelle due specie in seguito all’esposizione a diverse sostanze presenti in natura o fabbricate dall’uomo stesso. La realtà, come spesso accade, è sorprendente, e ci rivela in questo caso che il topo, in una parte importante del film della nostra vita, interpreta lo “scomodo” e non retribuito ruolo della controfigura che gira le scene pericolose al posto nostro e forse, a ben pensarci, meriterebbe più rispetto e considerazione quando lo si intrappola nell’angolo tra il muro e la scopa. Ovviamente quello da laboratorio, comunemente chiamato “cavia”, non si sacrifica di sua spontanea volontà facendosi impiantare orecchie umane, elettrodi vari e colture virali e/o cancerogene, ed è quindi costretto a subire torture di ogni genere per soddisfare la sete di conoscenza dell’homo sapiens. In America questa pratica è comunemente accettata anche nelle scuole primarie, dove, nei laboratori di scienze, ci si limita per lo più ad osservazioni di tipo “soft” evitando di sottoporre i topolini ad inutili sofferenze. In uno di questi esperimenti, però, è accaduto qualcosa di inaspettato che ha spaventato i giovani scolari di una scuola di Appleton, nel Wisconsin: la proposta di osservazione consisteva nel monitorare il comportamento di due gruppi di tre topi ciascuno, alimentati con cibi diversi: il primo con “junk food” (merendine, dolcetti, bibite, patatine, etc.) e il secondo con cibo integrale. Le differenze nelle due gabbiette si notarono fin da subito con il primo gruppo che manifestava marcate tendenze asociali e un’insolita aggressività che spesso sfociava in veri e propri combattimenti; inoltre i topi alimentati a “schifezze” avevano perso le loro tipiche abitudini notturne e di giorno correvano senza sosta distruggendo i giochi a loro disposizione. Al contrario, il gruppo alimentato con cibo “normale” aveva conservato le abitudini notturne e la tendenza a socializzare. Dopo due mesi di esperimento, una mattina, il docente trovò uno dei topi alimentato con le merendine ucciso e divorato dai suoi due compagni di gabbia. A quel punto sostituì il cibo spazzatura con del buon cibo e nel giro di tre settimane i topi “assassini” tornarono alle vecchie abitudini e ad un comportamento naturale. Quello che l’esperimento evidenziò, al di là dei nefasti sviluppi, fu la composizione delle due diete, che differiva per la presenza di conservanti, coloranti, addensanti, dolcificanti, etc. Tutte sostanze che riuscivano quindi a modificare il metabolismo, l’umore e le reazioni dei topi. Quando la voce sull’accaduto si sparse, alcune scuole dello stesso distretto vollero ripetere l’esperimento con modalità leggermente diverse, nell’intento di proteggere il più possibile i topini. Modificando la normale dieta, solo per pochi giorni, con cereali ricoperti di zucchero, caramelle, biscotti e bevande gassate dietetiche, bambini e insegnanti notarono, fin dal giorno successivo alla prima assunzione, un repentino cambiamento nel comportamento dei topolini che, diventando pigri e scontrosi, cominciarono a nascondere il cibo passando molto tempo della giornata a lisciarsi il pelo. Ora qualcuno potrebbe sentirsi autorizzato a pensare che gli effetti sui piccoli topi non possano coincidere con quelli sugli uomini, perché questi ultimi, pur essendo simili a livello genetico, hanno, in fin dei conti, dimensioni e caratteristiche molto diverse dai loro parenti di DNA. Invece anche gli uomini, e in particolare bambini, sembra risentano pesantemente del tipo di alimentazione “subita”. Lo ha dimostrato uno studio eseguito in Inghilterra su 277 bimbi, a cui hanno dato da bere per due settimane succo di frutta con l’aggiunta di coloranti artificiali e conservanti, per una quantità' totale in grammi molto inferiore ai livelli consentiti negli alimenti e nelle bevande normalmente in commercio. Chiedendo ai genitori di descrivere su un diario il comportamento dei figli, senza sapere quando questi assumevano il succo artefatto e quando il succo naturale, i ricercatori si sono ritrovati in mano una serie di risultati che associavano al periodo di assunzione del succo corretto con additivi chimici una marcata tendenza a disturbare gli altri, una capacità della concentrazione intermittente, una persistente difficoltà a mettersi a dormire, una predilezione per il gioco solitario e una predisposizione agli attacchi di collera. Ma l’evidenza più netta del rapporto tra cibo spazzatura e disturbi del comportamento, è venuta fuori in una scuola secondaria americana dove era normalmente necessaria la presenza continua di un poliziotto per impedire incidenti con armi e risse quotidiane, una scuola dove i docenti passavano il tempo non ad insegnare ai ragazzi, ma a tentare di mantenere l’ordine e la disciplina in classe. Il cambio di alimentazione degli studenti, avvenuto sostituendo il contenuto delle macchinette per le merendine e le bibite e la variazione nella composizione della dieta in mensa, produsse una sorta di rivoluzione trasformando la scuola, nel giro di un solo anno, da uno degli Istituti più problematici della zona ad un modello da seguire. Quello che gli insegnati notarono fu un progressivo miglioramento dell’umore, del comportamento, della concentrazione, dell’attenzione e quindi del profitto di tutti i ragazzi. Esempi che evidenzino il rapporto diretto tra “cibo spazzatura” e comportamenti anomali ce ne sarebbero ancora da riportare, ma questo tipo di ricerche, non godendo dell’apprezzamento di molte aziende, viene spesso boicottato e i risultati tenuti in un cassetto. Credo, quindi, sia più utile sottolineare l’atteggiamento superficiale di chi, occupandosi di informazione, non pone il giusto accento su questo tipo di esperienze, permettendo al mercato di trascinare verso il successo prodotti gonfi tanto di pubblicità, quanto di veri e propri cocktail velenosi sui quali nessuno conosce realmente il potenziale nocivo. Ora possiamo anche andare avanti ad illuderci che tutto ciò che mangiamo e beviamo non influisca sulla nostra salute, anche mentale, e su quella dei nostri figli, a patto di non meravigliarci troppo quando cominceremo a sentire un’irrefrenabile voglia di “lisciarci il pelo”, …magari a vicenda!

Riferimenti Bibliografici: - L’inganno a Tavola - di Jeffrey M. Smith.

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venerdì 25 settembre 2009

Che fare in Afghanistan?

Mettiamo a confronto due posizioni su un argomento, che oggi è nostro malgrado di grande attualità.
PERCHE’ ANDARSENE DALL’AFGHANISTAN
Ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan dopo questo ennesimo episodio di sangue. …Anzi, non esserci mai andati. Non perché siano morti dei soldati italiani – di afgani civili inermi, insieme ai ribelli talebani, ne sono morti a migliaia in questi anni, anche se non ne avete mai letto né sentito – ma perché, come tutte le guerre, anche questa ha motivazioni inconsistenti di facciata che nascondono subdole ragioni geopolitiche ed economiche.
Intendiamoci, gli operativi che sono saltati per aria la scorsa settimana, è necessario ricordarlo, conoscevano perfettamente lo scenario di rischio all’interno del quale andavano ad operare, e per libera scelta – per necessità, direbbe qualcuno – hanno deciso di partecipare all’operazione militare contro i Talebani e quella parte cospicua del popolo afgano che da sempre li sostiene.
E’ perfettamente inutile quindi strapparsi i capelli per i soldati italiani caduti durante l’ultimo attentato terroristico, se non si capisce per quale motivo siamo andati lì a “difendere la nostra libertà e i nostri valori esportando democrazia a suon di bombardamenti”.
A coloro che sostengono che siamo andati in Afghanistan a liberare un paese oppresso da un governo dittatoriale imposto ad una popolazione inerme da un gruppo elitario di estremisti religiosi che violano i diritti umani, devo rispondere che il mondo è pieni di esempi meritevoli delle attenzioni della Nato; ma nessuno, credo, si sognerà mai di andare a disturbare i cinesi, che sistematicamente, da anni, perseguitano con torture, sparizioni, esecuzioni sommarie e omicidi a scopo di espianto di organi, le minoranze etniche e religiose dei territori sotto la loro influenza.
Se i Talebani sono biasimabili per le odiose restrizioni e per le vessazioni imposte alle donne, non meno esecrabili dovrebbero essere considerate le leggi approvate dall’attuale Parlamento in carica, che permettono ai mariti di lasciare senza cibo le proprie mogli se queste non soddisfano i desideri sessuali dei coniugi, e che le costringono a chiedere il permesso per uscire di casa. Se questo è ciò che stiamo difendendo, forse non abbiamo ben chiaro il concetto stesso di libertà.
A coloro che sostengono l’operato della Nato giustificandolo con la necessità di sconfiggere il terrorismo e catturare il capo di Al Qaeda, ritenuto responsabile primo degli attentati dell’11 settembre 2001, rispondo che in otto anni di missione siamo riusciti a radere completamente al suolo un Paese con le sue primitive infrastrutture, sommergendolo di esplosivi all’uranio impoverito, terrorizzando e martoriando la popolazione civile, senza raggiungere nemmeno lontanamente lo scopo prefissato. Bin Laden & company sono ancora a piede libero e non mi pare che la costruzione di scuole e ponti ne comporti automaticamente la preventiva demolizione con missili aria-terra.
Qualcuno pensa che una delle ragioni collaterali che ci hanno spinto ad intervenire in quella particolare regione del Medio Oriente sia stata le volontà di stroncare alla radice il traffico della droga. Mi duole purtroppo evidenziare che la produzione di oppio, dopo aver subito un temporaneo arresto durante il periodo di dittatura talebana, è via via aumentata a dismisura in questi anni di presidio militare, arrivando a coprire il 93% del fabbisogno mondiale. Per inciso, anche il fratello dell’attuale presidente Karzay è salito all’onore delle cronache per la sua particolare predilezione nel commercio di stupefacenti. Tanto per chiarirci, l’intervento militare in Afghanistan ha motivazioni ben più venali di quelle presentate al mondo per giustificare la morte dei nostri soldati. Quel paese è intercettato dalla direttrice di uno dei gasdotti potenzialmente più redditizi mai messi a progetto, frutto di un accordo trilaterale siglato il 30 maggio del 2002 da Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan. Controllare l’Afghanistan significa controllare il crocevia strategico delle future strade del gas e del petrolio provenienti dalla regione del Caspio e quindi controllare una parte cospicua delle riserve energetiche presenti sul nostro pianeta. Anche questa è una sporca guerra coloniale.
Gianluca Barile.
PERCHE’ RESTARE IN AFGHANISTAN
Giovedì 17 settembre, il sangue di sei soldati italiani morti ha bagnato le strade di Kabul. Come è facile dire sulla base delle emozioni del momento: “Portiamo a casa i nostri militari.”, oppure: “Non dovevano neanche partire”, considerando che in queste circostanze si vedono tentennare perfino i vertici dello stato.
Eppure è proprio in questi frangenti, che bisogna affermare con voce chiara: “Restiamo in Afghanistan”. Intanto bisogna cominciare col dire con franchezza, sgombrando il campo da ipocrisie che non stiamo parlando, se non sulla carta di una “missione di pace”, bensì di guerra. Guerra tra chi con tutti i suoi difetti, cerca di esportare almeno un minimo di libertà e chi vuole imporre a quel paese un tipo di regime, in cui la parola democrazia è equiparabile ad una bestemmia e che in futuro ha l’obiettivo di esportare questa rivoluzione integralista in altre nazioni.
Ecco perché non possiamo nemmeno semplicemente fregarcene, per poi guardare con diffidenza qualcuno che incrociamo a piedi per le nostre strade che ha l’aspetto straniero o veste abiti diversi dai nostri. Mi viene in mente il tentativo del presidente americano Obama, di far passare una riforma sanitaria che dovrebbe garantire a decine di milioni di statunitensi cure mediche anche a spese dello stato, coperture sanitarie di cui oggi sono sprovvisti. Ebbene qualche migliaio di loro connazionali ha manifestato per le strade di Washington, in quanto non disponibile a qualche sacrificio economico, perché ciò accada. Sarà pure una posizione estrema quella di questi americani ultraconservatori, ma il diritto di rispettarla e farla conoscere pubblicamente è un ingrediente fondamentale di quella che chiamiamo libertà di espressione.
Viceversa i talebani che in Afghanistan si trovano sull’altro lato della barricata rispetto a noi, non hanno nessuna intenzione di permettere ai loro compatrioti, oggi ed in futuro posizioni dissenzienti dal loro dettami fanatici e crudeli. Due esempi: chi ha fatto esplodere la bomba con attentato suicida non ha avuto la minima remora, a far morire insieme coi nostri connazionali, almeno una ventina di afgani, che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Inoltre gli stessi talebani, quando erano al potere, trattavano le loro donne quasi come animali, obbligandole a coprirsi come delle maschere (cosa che non è certo un precetto del Corano, come qualcuno pensa) e impedendole di frequentare scuole consegnandole così totalmente alla piaga dell’analfabetismo e della prevaricazione sessuale.
Badate bene non c’è nessuna pretesa di guerra di religione e di supremazia cristiana (in nome di Cristo nei secoli dei secoli si sono commessi crimini da far impallidire Hitler e Stalin), ma semplicemente un difficile tentativo di consegnare un futuro un po’ meno tragico per quelle popolazioni. Certo si sarebbe potuto mai andare in quell’angolo di Asia, sia che si chiami Afghanistan, sia che si chiami Iraq, né noi italiani né altri. In Iraq le cose erano comunque diverse, premesso che Saddam era un dittatore sanguinario, non l’unico nel panorama mondiale, si era detto dall’amministrazione Bush, che il Rais possedeva armi nucleari che poi si sono rivelate inesistenti, per giustificare un’invasione, che aveva l’unico scopo di realizzare una supremazia militare e quindi vantaggi economici (il petrolio sgorga abbondante da quelle parti). Naturalmente l’esecutivo italiano con la schiena non esattamente diritta e seguendo la tradizione del belpaese che prevede di “correre in soccorso al vincitore”, si è prontamente affiancato a Stati Uniti e Regno Unito.
Invece l’Afghanistan dei Talebani precedente all’attacco della coalizione, era già un gigantesco covo di terroristi, talmente organizzato da poter pianificare quello che sarebbe stato l’11 settembre. Anche se dobbiamo mettere in preventivo che la normalizzazione a quelle latitudini, ammesso che sia realizzabile, potrebbe necessitare di molti anni, se si dovesse dare retta a chi dice “torniamo subito a casa”, non passerebbe molto tempo che al potere, ritornerebbero i guerriglieri dalle barbe incolte.
Anche le posizioni politiche incerte del governo potrebbero essere pericolose: verrebbero lette come un messaggio, secondo cui è bastato un attentato per far dubitare gli italiani, facciamo un altro botto o due e li costringiamo ad andarsene. Insomma tra le due opzioni, il male minore è ahimè, quello di continuare questa missione, nella quale è il caso di ricordare, sono previsti e vengono effettuati anche importanti aiuti ad una popolazione civile stremata da decenni di conflitti, invasioni e regimi totalitari, il tutto condito da una perdurante miseria.
Oscar Pelli.
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lunedì 14 settembre 2009

L'Oro Blu e l'ATO di Como.

Dopo innumerevoli peripezie legislative che iniziano con la legge Galli del 1994 siamo giunti infine anche alle nostre latitudini all’epilogo di quella che non faticherei a definire l’epopea della creazione del Servizio Idrico Integrato nell’ATO (Ambito Territoriale Ottimale) di Como. Tra accelerazioni della Regione Lombardia e frenate del Parlamento italiano, in mezzo a pareri, richiami, ricorsi e sentenze, raccolte firme, Referendum e Iniziative Popolari sembra sia infine giunto il momento in cui si deciderà che forma dare al “monolite” ATO disegnando nel contempo il futuro dell’Oro Blu di Como.
Non ho intenzione di tediare nessuno ripercorrendo i passaggi normativi che hanno portato alla situazione attuale, chi volesse farsene un’idea può trovare in rete molte esaurienti informazioni a riguardo, ma credo sia opportuno disvelare, agli occhi di chi si appresta a rischiare questo ennesimo scippo, il misterioso essere che dovrebbe gestire un bene comune così necessario e fondamentale per la vita stessa.
Le menti perniciose che hanno tracciato il solco di questa strada verso la privatizzazione dell’acqua, mi perdoneranno quelli che credono ancora che dividere la proprietà delle reti dalla gestione dell’erogazione salvaguardi minimamente dal pericolo di servire interessi privati, da tempo lavorano, non solo in Italia, per raggiungere uno scopo preciso che è quello di trasformare un diritto della vita come l’acqua in una merce. La Francia è pioniera in questo campo, sarà per l’orgoglio nazionalistico tipico dei fratelli d’oltralpe che arrivano sempre prima e meglio, sarà per l’alta concentrazione di multinazionali francesi che hanno interessi nel campo dell’acqua, fatto sta che i parigini ancora si leccano le ferite procurate dalle spiacevoli conseguenze della privatizzazione.
In ogni caso il punto fermo su cui non si può discutere è che a gestire la distribuzione dell’acqua nelle Rue de Paris ci hanno pensato, fino ad oggi, Veolia e Suez, due tra i primi dieci gruppi al mondo che traggono profitti dall’H2O, ma dal 1 gennaio 2010 l’Oro Blu parigino tornerà in mani completamente pubbliche per tentare di riparare i danni gestionali ereditati a caro prezzo dalle due multinazionali di casa.
Nella patria delle rivoluzioni, vive la France, dopo anni di coesistenza dei sistemi di gestione pubblici e/o privati hanno deciso di analizzare attraverso studi comparativi i costi del servizio per gli utenti e si sono accorti che “privato” non sempre è sinonimo di “bello” e nemmeno di efficiente/economico.
Per la verità anche nel nostro Bel Paese, ad Arezzo, la dove i primi della classe sono partiti a “spronbattuto” a privatizzare il Servizio Idrico Integrato, affidando alla Suez il compito di aprire e chiudere le saracinesche, i cittadini si sono visti in poco tempo raddoppiare e triplicare le bollette senza ricevere in cambio un tangibile ne misurabile miglioramento del servizio. L’esempio della Toscana dove, nel corso di nove anni di privatizzazione, si è sperimentato lo stesso fallimento di Parigi con bassi investimenti e tariffe salatissime la direbbe lunga sulla bontà del paradigma lombardo secondo cui se non è possibile privatizzare l’acqua - santa polenta - almeno si privatizzino i rubinetti.
Da dove mai proverranno queste “voglie d’impresa” che in Regione Lombardia inebriano le menti e i cuori dei nostri rappresentanti? Forse che al Pirellone credono di esser più bravi o più furbi degli altri? Di sicuro sono preparati almeno stando ai curricola di certi personaggi che guidano con pugno di ferro la campagna di privatizzazione dell’acqua… Un esempio su tutti ce lo da Raffaele Tiscar che è oggi Direttore Generale della Direzione Reti e Servizi di Pubblica Utilità della Regione Lombardia. Questo illustre sconosciuto in passato ha ricoperto ruoli sia come manager pubblico/privato sia come consulente aziendale di CTS, della solita Ondeo-Suez, di RWE Thames Water etc. Come dire, …siamo in buone mani, affidati a gente che di acqua se ne intende, forse troppo…
Sarà bene ricordare allora, senza voler alludere specificamente a persone o fatti citati in precedenza che oggi l’Italia oltre ad essere il paese con il Capò dell’esecutivo più sexy del mondo, è anche ben piazzata in 1° posizione nella speciale classifica che misura la corruzione e il malgoverno tra i paesi della cara vecchia Europa. In quest’humus politico-amministrativo-affaristico, dagli effluvi non proprio gradevoli, gli ATO sono diventati spesso un’occasione per organizzare truffe, appalti truccati, e si sono rivelati un porto sicuro dove parcheggiare amici e parenti lautamente stipendiati dalla collettività ignara.
Gli esempi nazionali ormai non si contano più:
si comincia dall’Abruzzo dove l’Ente d’Ambito di Pescara - Chieti e l’Aca spa (gestore unico) hanno provveduto all’aggiudicazione di un appalto e alla costruzione di un impianto di depurazione da 25 milioni di euro senza premurarsi precedentemente di verificare se le acque del fiume Pescara potevano essere potabilizzate. L’impianto non è stato mai attivato perché le acque del corso d’acqua sono troppo inquinate, così l’immancabile collaudo è stato realizzato senza l’uso dell’acqua del fiume. Nel 2004 però, finiti i lavori, gli esami chimico-fisici richiesti dalla Asl all’Agenzia Regionale per l’ambiente hanno sancito definitivamente l’impossibilità di attivare l’impianto per la quantità di sostanze pericolose presenti ben oltre il limite massimo.
Rimanendo sul posto dobbiamo anche ricordare che nell’estate del 2007 circa 500.000 persone, oltre due volte la nostra provincia, rimasero per un mese a secco d’acqua a causa della chiusura di un pozzo inquinato da una discarica di rifiuti tossici abusiva: peccato che la discarica era li da anni, tutti sapevano della sua esistenza, e l’autorità d’Ambito di Pescara e la società che gestiva il ciclo idrico integrato erano a conoscenza fin dal 2004 della presenza di veleni nell’acqua, ben oltre il limite stabilito dalla legge, ma nonostante ciò tutti hanno taciuto e quindi, oltre ad aver attentato alla salute dei cittadini distribuendo H2O inquinata, nessun approvvigionamento alternativo era stato realizzato quando infine giunse, come un fulmine a ciel sereno, il decreto di chiusura del pozzo.
Si passa poi a Catanzaro dove nel 2008, prima di essere cacciato per le presunte, poi rivelatesi inesistenti, irregolarità procedurali nell’inchiesta “Why not”, l’ex P.M. Luigi De Magistris iscrisse nel registro degli indagati Raimondo Besson già coinvolto in un’altra inchiesta su Acqualatina. L'indagine calabrese riguardava la gestione della rete idrica dell’ATO 4. Raimondo Besson era vicepresidente e amministratore delegato della “Sorical”, una società mista pubblico-privata che gestiva il settore idrico in Calabria, ed il cui 46,5% del capitale è detenuto dall’azienda francese Veolia. I reati ipotizzati allora furono abuso d’ufficio, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e turbata libertà degli incanti. Secondo De Magistris, la gran parte degli appalti affidati direttamente dalla “Sorical” sarebbero andati ad un gruppo di società, sempre le stesse, ricollegabili tra loro e che “avevano interesse anche con persone preposte ad uffici pubblici. Vista la fine che a fatto De Magistris come magistrato non vi è da dubitare su come finirà l’inchiesta.
Con un piccolo saltello, o due bracciate a nuoto, almeno fino a che non verrà realizzato il famigerato ponte, approdiamo in Sicilia e scopriamo che nel 2007 indagando sui motivi degli aumenti delle bollette, anche del 400%, sono state scoperte all’ATO rifiuti di Enna le 101 «assunzioni facili» che, secondo quanto accertato da Digos e Gdf, avrebbero fatto saltare i conti dell’ente. A guida del carrozzone siciliano dei rifiuti c’era all’epoca dei fatti contestati Serafino Cocuzza attuale direttore dell’Ato Idrico di Enna, come dire …una persona di fiducia.
Sempre nell’isola che diede i natali al grande filosofo e scenziato Archimede, Acque Potabili Siciliane è oggi la società che gestisce il Servizio Idrico Integrato dell’ATO 1 di Palermo. Nella compagine societaria figura, tra gli altri, Galva S.p.A. controllata dalla famiglia Pisante le cui imprese risultano inquisite dalle procure di Milano, Monza, Savona e Catania per una varietà di reati: dal pagamento di tangenti all’associazione mafiosa.
Siamo nel 2008 e risalendo la penisola troviamo fantasiosi amministratori che nell’occuparsi di gestione creativa dell’acqua, ritennero opportuno far taroccare le analisi di potabilità dell’acqua da un laboratorio compiacente per evitare grane e costosi investimenti. Il caso è quello di SMAT/ASA società che gestisce il servizio idrico integrato nell’ATO 4 di 50 Comuni dell’Alto Canavese.
Frodi nelle pubbliche forniture, occultamento e distruzione di documenti, illegittimità degli aumenti tariffari. Sono queste le ipotesi di reato che hanno messo nei guai quest’anno i vertici di Acea nell’ATO 5 di Frosinone.
Una bella collezione, peraltro non esaustiva, di come in Italia siamo bravissimi a trasformare un'occasione di miglioramento in un danno permanente per la collettività.
Ora, …sperare che a Como e provincia le cose andranno diversamente, considerando il sottobosco che caratterizza la nostra classe dirigente, mi pare quanto meno incerto. Basta ricordare gli scandali che hanno coinvolto senza soluzione di continuità i politici nostrani negli ultimi 10 anni per capire che anche sulle rive del nostro Lago il vizietto di farsi i propri interessi ai danni dei cittadini è pratica nota e ahimè apprezzata.
Come sottolineavo all’inizio a Como siamo agli sgoccioli in questa partita dell’acqua e i comuni dovranno approvare il cosiddetto il Piano d’Ambito Definitivo entro la fine dell’anno.
Da cittadini liberi, informati e consapevoli varrebbe la pena sollecitare nella giusta direzione le nostre amministrazioni comunali, si è sempre in tempo per farlo, affinché portino nell’assemblea dell’ATO il messaggio chiaro e inequivocabile che per noi l’acqua è un diritto e che in nessun caso la sua gestione, in qualsiasi veste la si voglia presentare, dovrà mai finire in mani private a servire interessi diversi dal Bene Comune.
A Torino, con la coda mezza bruciata, si sono mossi in questa direzione e attraverso uno degli strumenti di partecipazione che ogni Statuto Comunale garantisce ai propri cittadini hanno raccolto e consegnato all’amministrazione 12.085 firme a sostegno di una deliberazione di iniziativa popolare per inserire nello Statuto della città il principio che l’acqua è un Bene Comune e non una merce, e che pertanto:
- il servizio idrico integrato non ha scopo di lucro,
- la proprietà della rete di acquedotto e distribuzione è pubblica e inalienabile,
- la gestione è attuata esclusivamente mediante enti o aziende interamente pubbliche,
- a ogni cittadino è assicurato gratuitamente un quantitativo minimo vitale d’acqua al giorno.
Semplice, inequivocabile, vincolante.
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mercoledì 9 settembre 2009

Anche questa è Chiesa...

UNREPENTANT il genocidio canadese





Il filmato che avete visto è reso disponibile grazie ad una collaborazione con Arcoiris Tv.
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martedì 25 agosto 2009

Compostaggio domestico - effetti collaterali.

La compostiera...

Il compost pronto...

...effetti collaterali

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giovedì 4 giugno 2009

Elezioni locali ed europee, la Fiera delle illusioni.

A volte ho come l'impressione che sia necessario allargare l'orizzonte per capire meglio la piccola realtà che ci sta intorno, un po' come osservare un sorpasso: la velocità relativa della macchina che sta compiendo la manovra può essere molto limitata rispetto a quella che viene superata, ma rispetto ad una persona ferma sul ciglio della strada tutti e due i veicoli possono avere una velocità assoluta anche molto elevata. Per questo credo sia utile offrire una prospettiva più larga nella convinzione che i nostri piccoli paesi non possano considerarsi fuori dal sistema, immuni dalle influenze esterne o impermeabili alle dinamiche generali e in ogni caso anche le scelte amministrative, almeno a mio parere, non possono prescindere da una analisi accurata delle reali prospettive che tutti abbiamo. Iniziamo subito con il chiarire un concetto di base che spesso nemmeno concepiamo ma importante per comprendere che la fuori, nella realtà, non siamo soli e con gli altri i conti li dobbiamo sempre fare. In Italia e in generale in Europa siamo in troppi. Sembra una eresia, ma è la semplice incontestabile verità. In termini assoluti negli ultimi 100 anni, per diversi fattori, che hanno aumentato la percentuale di sopravvivenza degli esseri umani e il livello di benessere di alcuni gruppi di persone, la popolazione mondiale è cresciuta a dismisura da 1,6 a 6 miliardi di individui. Ovviamente la crescita non è stata omogenea e questo lo si può osservare attraverso il layout grafico messo a disposizione dalla base dati di Worldmapper. Interessanti per l'osservazione di quanto affermato sopra sono le immagini della Terra rielaborate in base a due parametri: l'estensione territoriale e la popolazione. Il loro raffronto permette di valutare l'enorme sproporzione del rapporto territorio/popolazione tra l'Europa e l'Africa per fare un esempio. L'Italia, che nella prima immagine assume l'usuale forma affusolata dello stivale e nella seconda immagine somiglia invece di più ad un grosso salsicciotto, è anche uno dei paesi europei maggiormente popolato se consideriamo che alcuni nostri vicini dispongono di un territorio grande tre volte con una popolazione totale che è circa la metà di quella del nostro Belpaese. Il fatto appurato che noi siamo in troppi determina anche la tendenza demografica che sta caratterizzando tutti i Paesi cosiddetti "sviluppati". Si legge nel tasso di natalità nazionale e continentale una inesorabile discesa verso il basso. I dati Istat per l'Italia sono disponibili on-line e attestano un "tasso composto" di 1,2 nuovi nati ogni coppia di genitori. Questo significa che per svariati motivi, poco dipendenti da condizioni locali, il nostro Paese si sta lentamente e per certi versi fortunatamente svuotando. Come in tutti i sistemi naturali la sovrappopolazione non è tollerata a lungo e quando questo avviene scattano meccanismi automatici di autoregolazione del numero. Per una società complessa come quella umana i fattori di regolazione sono in parte molto differenti da quelli che reggono le sorti delle altre specie animali, ma non per questo motivo sono meno efficaci. Chi sta pensando che sia assurdo tifare per una diminuzione della popolazione mondiale dovrebbe considerare che in realtà viviamo in una società estremamente eterogenea dove se ogni essere umano vivesse con il nostro tenore di vita e con il nostro sistema economico e sociale non basterebbero 3 pianeti Terra per soddisfare il fabbisogno giornaliero di energia e di risorse.
Tralasciando le opinioni personali sul perché ci troviamo in questa condizione e di chi sia la responsabilità delle diseguaglianze che affliggono il mondo vi propongo un semplice test per verificare quanto pesiamo sulle spalle del pianeta.
C'è un sito italiano, ma ne esistono di più completi e dettagliati in inglese, che calcola la cosiddetta "impronta ecologica personale" stimando il numero di ettari necessari ad assicurare la sopravvivenza di ognuno di noi. Rileggendo i risultati delle ricerche che disegnano la nostra società mi viene in mente la famosa frase: "...le rane non bevono mai tutta l'acqua dello stagno", ma noi umani da quel lato siamo duri d'orecchi e certe lezioni facciamo fatica ad impararle. Nostro malgrado comunque, i "grandi numeri", le tendenze, gli strumenti che mostrano con chiarezza la realtà e le prospettive disponibili sono abbastanza semplici da reperire e serve solo assumerli come "dati" al posto delle "illudevoli promesse" per trarne le dovute conclusioni. Mi riferisco in particolare all'ipotetico incremento del numero dei cittadini attraverso lo sviluppo urbanistico dei nostri piccoli centri decantato come obolo alla panacea dei nostri mali. "Tutti dicono che c'è bisogno di più case" e senza ombra di dubbio questa è una verità incontestabile.
Che quanto asserito, nonostante venga ripetuto alla nausea a livello nazionale e locale, sia vero è ancora tutto da dimostrare. Forse vale la pena fare due conti usando i famigerati grandi numeri.
Ora, se è vero che stiamo diminuendo, c'è davvero tutto questo bisogno di case?
A meno che si decida di ammettere apertamente che la nostra economia non può sopravvivere senza una forte componente legata al ramo edile e al suo indotto, ma questo equivarrebbe a parificare "il consumo di territorio" alla dose di eroina per il tossico-dipendente, mi domando, visto che abbiamo già un numero sufficiente di case e andiamo avanti a costruirne, per chi le stiamo costruendo e perché ne prevediamo di nuove? Mi è sempre parso di capire che la legge di mercato della domanda e dell'offerta determinasse una funzione del prezzo inversamente proporzionale alla quantità di beni disponibili, ....sta vedere che ci siamo indebitati fino al collo per comprare a 100 ciò che domani varrà 10, bell'affare...
Capisco benissimo che le reazioni del mercato edile alla crisi che attraversiamo possano sembrare bizzarre, in fondo i costruttori italiani non è che siano tutti dei pozzi di scienza, ma pensare che grazie alle intercessioni pubbliche di amministratori creativi, i nostri lidi diventeranno più appetibili di altri e che si investiranno energie e denaro a cuor leggero, tirando su tramezze nostrane, convinti che tutto andrà a posto e che il futuro sarà più roseo dell'ultimo "decennio cementificatorio" appena terminato, mi sembra un tantino forzato, ...da neuro più che altro.
Certo, sarebbe bello credere alle dichiarazioni euforiche che da ogni parte si sprecano per ridare fiducia alle persone e far ripartire l'economia e i consumi, ma purtroppo queste sono recite già viste a patto di riderci sopra immaginando che non sia la realtà e che non stiano parlando del nostro futuro.
Per dare un'idea di come si possa andare e trascinare le masse con gioia e con fiducia verso il baratro è interessante osservare un grafico divenuto famoso, che è stato soprannominato "Il grafico delle pompose dichiarazioni" e che riporta, appunto, le dichiarazioni ufficiali dei più quotati esponenti politici ed economici americani negli anni della grande crisi. Sappiamo tutti quello che accadde nel 1929 ma oggi a che punto siamo, confrontando le due situazioni e tenendo conto della forte interconnessione tra le diverse economie nazionali nel mercato della globalizzazione? Per farci un'idea consiglio questo articolo proposto da Altrainformazione che determina il livello su cui attualmente l'economia mondiale si attesta rappresentato nel grafico del "precipizio" che inghiotti negli anni '30 il sistema socio-economico americano ed europeo. ...Ma allora, può andare peggio di così...!! Se consideriamo che il mercato finanziario reagisce con un anticipo di circa 6, 8 mesi al mercato dei beni, poiché determina i suoi utili e le sue perdite sulla base delle attese di realizzo dell'economia reale attraverso i risultati raggiungibili dalle aziende, sarà utile allacciarsi le cinture e non sottovalutare gli allarmi che alcuni economisti fuori dal coro, gli stessi che da tre anni gridano invano al lupo al lupo, stanno lanciando per un possibile nuovo tonfo estivo delle borse. Valendo la regola spiegata sopra, al botto finanziario seguirà un ulteriore calo della produzione e una nuova contrazione dei consumi, il tutto alla faccia dell'ottimismo di chi crede che il futuro sia ancora "cucinabile" con l'ingrediente base dello sviluppo.
Giunti a questo punto mi sorge spontanea una domanda: ma tutti i sogni di "gloria futura" che la nostra attuale classe dirigente ci regala e che molti di noi si bevono come oro colato quanto sono oggettivamente realizzabili?
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mercoledì 29 aprile 2009

Pandemia suina - Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Da giorni registro quanto viene riferito riguardo l’ultimo rischio pandemico che giungerebbe da una variazione genetica dell’influenza suina. Al solito ne sparano di ogni misura: c’è chi lancia allarmi planetari sparando numeri da capogiro che poi vengono puntualmente ridimensionati, descrivendo il virus come la nuova “spagnola”, il famigerato virus H1N1 che fra il 1918 e il 1919 uccise circa 50 milioni di persone, e chi tende a minimizzare il problema tranquillizzando le masse con le favole sull’efficienza del sistema sanitario mondiale. Personalmente non m’importa molto, farò il cinese sull’argine del fiume e se il cadavere che passa sarà il mio, …bhé pace, credo di avere tante cose di cui vergognarmi quante quelle per cui andare fiero e quindi posso anche togliere il disturbo. Certo, con me non sarà facile spuntarla, non sono “terreno fertile” per i virus, ma nella vita non si sa mai… a volte anche la gramigna secca. In ogni caso c’è qualcosa di profondo in tutto questo che mi irrita, mio malgrado: il vittimismo gratuito delle persone, così atterrite e attente nel momento dell’allarme, ma sempre troppo impegnate per darsi la pena di uscire dal tunnel “dell’analfabetismo funzionale” in cui vivono beate. Troppa fatica e sbattimento aprire gli occhi per cominciare a vedere la “matrice” che gli sta intorno. Tutti preoccupati a pararsi il fondoschiena dall’ultima “iattura”, ma nessuno disposto a riflettere sulle cause della fossa che giudiziosamente ci stiamo scavando di giorno in giorno. Allora… me la rido, di un riso amaro, quando vedo le immagini di persone che girano con la mascherina antipolvere, ingenuamente convinte che quel genere di protezione possa anche solo minimamente evitare il contagio. Se non fossero così stolti saprebbero che solo i filtri N.B.C. (nucleare-biologico-chimico), quelli montati sulle maschere integrali che si vedono nei film usate da militari o da scienziati nei laboratori sono in grado di garantire una barriera efficace contro gli agenti virali, ma poco importa se la percezione riesce a convincerci di poter diventare tutti dei “medici in prima linea”. Rido quando leggo dei milioni di dollari e di euro che i governi hanno speso per riempirsi i magazzini di antivirali e antibiotici senza nemmeno sapere se saranno efficaci contro il nuovo ceppo virale, ma consapevoli di aver fatto cosa gradita a BigPharma, rido, quando misuro la capacità di intervento della taskforce voluta a suo tempo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che è riuscita a farsi sfuggire dalle mani una probabile “pandemia locale”, nonostante la vantata efficacia delle strategie di contenimento e dei protocolli operativi di sicurezza che per anni hanno tenuti impegnati migliaia di esperti e milioni di portafogli. Rido, non posso farne a meno, quando apprendo che è stato definito un successo il lavoro di quell’equipe di ricercatori finanziati dall’esercito americano che è riuscita ad estrarre e identificare il genoma dell’influenza “spagnola” da un uomo morto nel 1918 rimasto congelato in Alaska e che con enormi sforzi, anche finanziari, è riuscita a riattivare il virus per poi decidere di conservarlo nei magazzini di una base militare. Rido infine quando sento che i più quotati virologi del mondo avevano previsto il rischio di questa e altre pandemie già da una decina d’anni senza che se li filasse praticamente nessuno: gente fuori di testa, dopo il terremoto in Abruzzo si credono tutti emuli di quel tale Giuliani, sostengono addirittura che le cause dell’attuale situazione sono da ricercare essenzialmente nella pratica industriale dell’allevamento la dove una concentrazione troppo alta di animali provocherebbe inevitabilmente problemi sanitari anche gravi.
Nel 1965 - dicono - c’erano negli USA 53 milioni di maiali distribuiti in più di un milione di fattorie; oggi 65 milioni di maiali si concentrano in 65.000 strutture. Questo ha significato passare dagli antiquati porcili a ciclopici inferni di escrementi che contengono decine di migliaia di animali il cui sistema immunitario si indebolisce in mezzo allo sterco e in un calore soffocante si scambiano germi patogeni con i loro compagni alla velocità della luce.
Sembra strano, ma in quella sauna di deiezioni maleodoranti l’unico modo di portare vivo un maiale a veloce maturazione è bombarlo di ormoni e antibiotici così che se il virus muta e resiste al farmaco ne esce la nuova famiglia virale più resistente e pericolosa, che per essere debellata necessita di un farmaco più potente. Ora, sembra proprio che uno dei focolai messicani della nuova infezione sia stato individuato vicino alla gigantesca filiale della Smithfield Food Inc. (suini e bovini) nello Stato di Veracruz e indovinate un po’ chi annovera tra i suoi maggiori clienti la multinazionale dell’allevamento industrializzato? Manco a dirlo, il norstro amato …McDonald’s quello adorato anche dalle nostre famiglie italiane, quello stesso che alla domanda:
Ma nei vostri hamburgher ci sono anche le ossa polverizzate degli animali?
…rispose candidamente che non era possibile formulare una risposta alla domanda perchè si trattava di un segreto industriale. Poi alla fine leggo delle vittime e non rido più, perchè quei morti non hanno colpa, non più delle colpe che tutti noi abbiamo nel partecipare inconsapevoli a questo gioco dell’autodistruzione. Siamo noi con le nostre scelte personali quotidiane che decidiamo la direzione, noi abbiamo in mano un grande potere, ma non lo sappiamo usare. Siamo ciò che ci meritiamo, …parlo per me ovviamente.
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venerdì 10 aprile 2009

Il Terremoto degli invisibili.

Per il momento è solo un'ipotesi ma non riesco a sottovalutarla: che fine hanno fatto i clandestini dell'Aquila? Qualche blogger Aquilano comincia ad affermare che i morti del terremoto potrebbero essere ben più di 287. Parenti e amici di quelli che hanno costruito le case di burro crollate con una scossa, che in altre parti del mondo avrebbe si e no spostato qualche mobile, potrebbero aver affittato in nero scantinati e sottoscala ad immigrati irregolari. Quegli stessi extracomunitari che ci servono di giorno da sfruttare ma che non vogliamo vedere la sera in giro per le strade. Ora che gli elenchi ufficiali sono suddivisi tra morti, feriti, e sopravvissuti, i dispersi non si cercano più, ma L'Aquila era considerata, nelle statistiche ufficiali, una città con una media di 10,7 immigrati irregolari ogni 1000 abitanti. Dove sono finiti tutti? Dormivano nei boschi all'aperto? Sono nelle tendopoli senza documenti con la scusa di averli persi tra le macerie? Se ne sono andati tutti la settimana prima del disastro perchè sentivano puzza di guai? Vivo o morto, davvero non c'è più nessuno da cercare all'Aquila e dintorni? ...Un clandestino non farà numero negli elenchi ufficiali ma farà numero sulle coscienze di chi ha dimenticato il colore del loro sangue.

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lunedì 6 aprile 2009

Strategia anti-terremoto: il cucchiaino...

Sono costernato per il tragico evento che ha colpito l'Aquila e i territori limitrofi, sarebbe il momento del silenzio, del cordoglio, sarà sicuramente il momento dell'aiuto a quei fortunati che, nonostante tutto, sono ancora vivi e hanno bisogno di non sentirsi soli, ma proprio per questo non posso tacere, non posso far finta di essere cieco e di non avrer sentito e/o letto le notizie dei giorni scorsi e quelle di oggi. Quindi diciamocelo, ...nonostante giunga con anticipo un "procurato allarme", prontamente "denunciato", l'unica strategia della Protezione Civile, non è quella di identificare gli edifici maggiormente a rischio predisponendo piani di evacuazione preventiva nel raggio di 150 km. dal punto di rilievo delle anomalie sismiche ma, è attendere che l'evento si verifichi per raccogliere i morti e i feriti con il "cucchiaino". Grazie Bertolaso, ...e te lo dico dal profondo del cuore: Vaffanculo !!

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